Rischi della crescita aziendale: perché la fase di sviluppo può essere la più pericolosa
La crescita è un obiettivo naturale per qualsiasi impresa.
Aumentare il fatturato, acquisire nuovi clienti, assumere personale, ampliare la struttura produttiva e investire in nuovi macchinari sono generalmente considerati segnali positivi.
Eppure, proprio la fase di crescita può rappresentare uno dei momenti più delicati e pericolosi nella vita di un’azienda.
Il motivo è semplice: fatturato, utile e liquidità non sono la stessa cosa.
Un’impresa può aumentare rapidamente i propri ricavi, migliorare apparentemente il risultato economico e, contemporaneamente, trovarsi con meno denaro disponibile sul conto corrente.
In molti casi la crescita richiede risorse finanziarie prima ancora di generare incassi. L’impresa deve anticipare costi, acquistare materiali, assumere personale, sostenere investimenti, finanziare i crediti fiscali, quelli verso i clienti e mantenere magazzini più consistenti.
La crescita, quindi, non è soltanto un fenomeno economico. È soprattutto un fenomeno finanziario.
Per questa ragione, i rischi della crescita aziendale devono essere monitorati con attenzione attraverso il controllo di gestione, il budget di tesoreria, l’analisi del capitale circolante netto e una corretta pianificazione degli investimenti.
Crescere non significa automaticamente generare liquidità
Uno degli errori più frequenti nella gestione aziendale consiste nel valutare la crescita quasi esclusivamente attraverso l’andamento del fatturato.
Il ragionamento è spesso il seguente:
Il fatturato aumenta, quindi l’azienda sta andando bene.
Dal punto di vista commerciale, l’affermazione può essere corretta.
Dal punto di vista finanziario, invece, non è necessariamente vera.
Il fatturato misura il valore delle vendite effettuate in un determinato periodo, ma non indica:
- quando quelle vendite saranno incassate;
- quanto capitale è stato necessario per realizzarle;
- quanti costi sono già stati pagati;
- quanto magazzino è stato accumulato;
- quanta IVA è rimasta a credito;
- quali investimenti sono stati sostenuti;
- quali rate di finanziamento devono essere rimborsate;
- quante imposte saranno versate nei mesi successivi.
Un’azienda può quindi fatturare molto e, allo stesso tempo, non avere sufficiente liquidità per pagare fornitori, dipendenti, imposte, contributi e rate bancarie.
Il fatturato è un dato economico, non finanziario
Quando l’impresa emette una fattura, il ricavo viene registrato contabilmente.
L’incasso, però, può avvenire dopo 30, 60, 90 o 120 giorni.
In alcuni settori i tempi possono essere ancora più lunghi.
Durante questo intervallo, l’impresa ha già sostenuto gran parte dei costi necessari per produrre il bene o erogare il servizio:
- materie prime;
- merci;
- salari;
- stipendi;
- contributi;
- trasporti;
- utenze;
- lavorazioni esterne;
- costi amministrativi;
- costi commerciali;
- interessi bancari.
Il risultato è che la crescita del fatturato può produrre un aumento dei crediti commerciali senza generare un aumento equivalente della liquidità.
La crescita del capitale circolante assorbe denaro
Uno dei principali rischi della crescita aziendale riguarda il capitale circolante netto, una vera e propria “spugna” dove si nasconde subdola la liquidità dell’azienda, una grandezza patrimoniale subdola e scivolosa, così importante eppure così poco compresa e considerata.
Quando una azienda fallisce, oggi chiamata liquidazione giudiziale, e proviene da anni di crescita e di sviluppo, lasciando tanti interrogativi e dubbi a banche, clienti e fornitori, nella stragrande maggioranza dei casi il problema risiedeva proprio nel Circolante.
Il capitale circolante è composto, in termini operativi, soprattutto da:
- crediti verso clienti;
- rimanenze di magazzino;
- debiti verso fornitori.
La crescita modifica questi valori.
Se l’impresa vende di più, normalmente deve:
- acquistare più materiali;
- detenere più scorte;
- produrre quantità maggiori;
- concedere più credito ai clienti;
- sostenere costi operativi più elevati.
Tutto questo richiede capitale.
Crediti verso clienti in crescita
Supponiamo che un’impresa fatturi 1.200.000 euro all’anno e conceda mediamente 90 giorni di pagamento.
In termini semplificati, potrebbe avere circa 300.000 euro di crediti commerciali.
Se il fatturato sale a 1.800.000 euro, mantenendo invariati i tempi di incasso, i crediti potrebbero aumentare fino a circa 450.000 euro.
La crescita del fatturato ha quindi generato un ulteriore fabbisogno finanziario di circa 150.000 euro.
Quei 150.000 euro non rappresentano una perdita.
Sono ricavi già realizzati, ma non ancora incassati.
Nel frattempo, però, l’azienda deve comunque pagare dipendenti, fornitori, imposte e altri costi, che saranno aumentati e nel frattempo quei 150 mila euro devono essere finanziati da qualcuno.
Magazzino più fornito
La stessa dinamica riguarda le rimanenze.
Per sostenere maggiori volumi di vendita, l’impresa può essere costretta ad aumentare:
- le materie prime;
- i prodotti in lavorazione;
- i prodotti finiti;
- le merci disponibili;
- i ricambi;
- le scorte di sicurezza.
Un magazzino più ampio può essere necessario per evitare ritardi nelle consegne e garantire continuità produttiva.
Tuttavia, ogni euro investito in magazzino è un euro temporaneamente sottratto alla liquidità.
Il magazzino non è denaro disponibile.
È capitale immobilizzato in beni che dovranno essere venduti e successivamente incassati.
I debiti verso fornitori non sempre compensano il fabbisogno
L’aumento dei debiti verso fornitori può finanziare una parte della crescita.
Nelle fasi di crescita, i tempi di pagamento dei fornitori deve essere adeguato e allineato a quello di incasso dei clienti, non ci possono essere grandi squilibri.
Se l’impresa acquista più materiali e ottiene dilazioni di pagamento, una quota del fabbisogno viene temporaneamente coperta dai fornitori.
Ma questo equilibrio può non essere sufficiente.
I clienti potrebbero pagare a 90 o 120 giorni, mentre i fornitori potrebbero richiedere il pagamento a 30 o 60 giorni.
In tale situazione l’impresa deve anticipare la differenza.
Inoltre, quando la crescita diventa molto rapida, i fornitori a fronte di una maggiore richiesta e quindi di una potenziale maggiore esposizione possono:
- ridurre i giorni di pagamento;
- richiedere acconti;
- diminuire il fido commerciale;
- subordinare le consegne al pagamento delle forniture precedenti;
- richiedere garanzie aggiuntive.
Il finanziamento spontaneo dei fornitori non può quindi essere considerato illimitato.
Il capitale circolante netto e il fabbisogno della crescita
Il capitale circolante netto operativo può essere rappresentato, in forma semplificata, dalla seguente formula:
Crediti commerciali + rimanenze – debiti commerciali
Quando questo valore aumenta, l’impresa sta assorbendo liquidità.
Quando diminuisce, l’impresa sta liberando liquidità.
La crescita aziendale tende spesso ad aumentare il capitale circolante netto, soprattutto quando:
- i clienti pagano lentamente;
- il magazzino cresce;
- i fornitori devono essere pagati velocemente;
- il fatturato aumenta in tempi brevi;
- la stagionalità richiede acquisti anticipati;
- l’impresa lavora su commessa;
- vengono concessi acconti insufficienti.
Un esempio di crescita che assorbe liquidità
Consideriamo un’impresa che passa da 2.000.000 a 3.000.000 di euro di fatturato.
Per sostenere la crescita si verificano i seguenti incrementi:
- crediti verso clienti: +200.000 euro;
- magazzino: +150.000 euro;
- debiti verso fornitori: +100.000 euro.
L’aumento del capitale circolante netto è pari a:
200.000 + 150.000 – 100.000 = 250.000 euro
L’impresa ha quindi bisogno di 250.000 euro in più soltanto per finanziare il proprio ciclo operativo.
Questo fabbisogno si aggiunge agli eventuali investimenti, alle imposte, ai rimborsi dei finanziamenti e agli altri impegni finanziari.
È possibile, quindi, che un aumento del fatturato di un milione di euro produca un aumento dell’utile e, contemporaneamente, una riduzione significativa della liquidità disponibile. Se mi accorgessi che non ho chi mi finanzia quei 250 mila euro, è inutile che spingo sulla crescita di questo “ciclo operativo”, è meglio ripensare al “ciclo operativo” che sia più rapido nel rilasciare finanza e poi mi concentri sul fatturato.
Gli investimenti assorbono liquidità prima di generare risultati
La crescita richiede spesso nuovi investimenti.
L’impresa può avere bisogno di:
- macchinari;
- impianti;
- automezzi;
- attrezzature;
- software;
- immobili;
- ristrutturazioni;
- nuove sedi;
- licenze;
- sistemi informativi;
- formazione del personale.
L’investimento viene effettuato oggi, mentre i benefici economici si manifesteranno nel corso degli anni successivi.
Questa differenza temporale è uno dei principali elementi di rischio.
Ammortamento e uscita finanziaria non coincidono
Dal punto di vista economico, il costo di un macchinario viene distribuito negli anni attraverso l’ammortamento.
Dal punto di vista finanziario, invece, l’impresa deve pagare il bene:
- immediatamente;
- attraverso un acconto;
- mediante rate di finanziamento;
- con un leasing;
- con un mutuo;
- attraverso altre forme di debito.
Supponiamo che un macchinario costi 300.000 euro e venga ammortizzato in dieci anni.
Nel conto economico il costo annuo potrebbe essere pari a 30.000 euro.
Ma l’esborso finanziario iniziale potrebbe essere molto superiore.
Se l’impresa paga un acconto di 90.000 euro e finanzia la parte restante, deve disporre subito di liquidità per l’acconto e successivamente per:
- quota capitale;
- interessi;
- assicurazioni;
- manutenzioni;
- installazione;
- formazione;
- eventuali adeguamenti degli impianti.
L’utile economico può quindi apparire soddisfacente, mentre il flusso finanziario risulta negativo.
Il credito IVA sugli investimenti può sottrarre liquidità
Un altro elemento spesso sottovalutato riguarda l’IVA.
Quando l’impresa sostiene investimenti rilevanti, paga normalmente anche l’IVA al fornitore.
Se l’investimento è pari a 500.000 euro oltre IVA al 22%, l’esborso complessivo può arrivare a 610.000 euro.
I 110.000 euro di IVA possono diventare un credito nei confronti dell’Erario.
Dal punto di vista fiscale, l’IVA è recuperabile secondo le regole applicabili.
Dal punto di vista finanziario, tuttavia, quei 110.000 euro sono già usciti dal conto corrente.
Il credito IVA è un’attività, ma non sempre è liquidità immediata
Il credito IVA può essere:
- compensato con altri tributi e contributi;
- riportato nei periodi successivi;
- chiesto a rimborso, ricorrendone le condizioni;
- utilizzato secondo limiti, procedure e adempimenti specifici.
Nel frattempo, però, l’impresa ha anticipato il denaro.
Il credito IVA è quindi un valore patrimoniale, ma non necessariamente una disponibilità immediatamente utilizzabile.
Nelle fasi di forte investimento, il credito IVA può raggiungere importi rilevanti e contribuire alla tensione finanziaria.
Questo fenomeno è particolarmente evidente quando:
- gli investimenti sono concentrati in pochi mesi;
- l’impresa opera con fatturato esente o parzialmente esente;
- il volume degli acquisti supera temporaneamente quello delle vendite;
- i tempi di rimborso sono lunghi;
- la compensazione non è immediatamente possibile;
- sono necessari visti, certificazioni o controlli.
La crescita richiede persone prima di generare ricavi
L’aumento dell’attività richiede spesso nuove assunzioni.
L’impresa deve inserire:
- personale produttivo;
- tecnici;
- commerciali;
- amministrativi;
- responsabili di funzione;
- figure manageriali;
- addetti al controllo qualità;
- risorse per logistica e magazzino.
Il costo del personale decorre immediatamente.
La piena produttività, invece, può essere raggiunta dopo mesi.
Il costo della struttura cresce prima del fatturato
Una nuova risorsa deve essere:
- selezionata;
- assunta;
- formata;
- inserita nell’organizzazione;
- affiancata;
- dotata di strumenti e procedure;
- coordinata.
Durante questa fase l’impresa sostiene un costo senza ottenere ancora un contributo proporzionato ai ricavi.
La crescita genera quindi un periodo di disallineamento tra:
- aumento dei costi fissi;
- aumento della capacità produttiva;
- effettivo incremento delle vendite;
- incasso dei nuovi ricavi.
Più la struttura si amplia, più aumenta il punto di pareggio aziendale.
Un’impresa che cresce senza consolidare i ricavi può trovarsi con una struttura sovradimensionata e costi difficili da ridurre nel breve periodo.
La crescita trasforma i costi variabili in costi fissi
Nelle fasi iniziali, molte imprese lavorano con una struttura flessibile.
Possono utilizzare:
- collaboratori esterni;
- fornitori occasionali;
- spazi in locazione;
- servizi in outsourcing;
- lavorazioni esterne;
- strumenti noleggiati.
Con la crescita, alcune attività vengono internalizzate.
L’impresa assume personale, acquista beni, apre nuove sedi e sviluppa funzioni organizzative permanenti.
Questo passaggio può migliorare efficienza e marginalità, ma rende la struttura più rigida.
I costi fissi devono essere sostenuti anche nei mesi in cui:
- il fatturato rallenta;
- alcuni clienti vengono persi;
- gli ordini diminuiscono;
- si verificano ritardi produttivi;
- aumenta la concorrenza;
- emergono difficoltà di mercato.
La crescita aumenta quindi il potenziale economico dell’impresa, ma anche il suo livello di rischio operativo.
La crescita può ridurre i margini
Un aumento del fatturato non garantisce necessariamente un aumento proporzionale dell’utile.
Per acquisire nuovi clienti, l’impresa può essere costretta a:
- ridurre i prezzi;
- concedere sconti;
- accettare condizioni di pagamento peggiori;
- sostenere costi commerciali più elevati;
- garantire consegne più rapide;
- offrire servizi aggiuntivi;
- aumentare le provvigioni;
- lavorare su commesse meno redditizie.
Il fatturato cresce, ma il margine unitario diminuisce.
Fatturato buono e fatturato cattivo
Non tutto il fatturato ha lo stesso valore.
Un fatturato può essere considerato di buona qualità quando presenta:
- margini adeguati;
- tempi di incasso brevi;
- basso rischio di credito;
- limitato fabbisogno di magazzino;
- ridotta complessità operativa;
- elevata ripetitività;
- limitati costi post-vendita.
Al contrario, un fatturato può risultare finanziariamente e organizzativamente pericoloso quando comporta:
- margini bassi;
- incassi molto dilazionati;
- elevate scorte;
- anticipazioni significative;
- forte personalizzazione;
- contestazioni frequenti;
- dipendenza da pochi clienti;
- elevati costi di assistenza;
- penali contrattuali.
La crescita deve quindi essere valutata non soltanto in termini quantitativi, ma anche qualitativi.
Più fatturato può significare più rischio di credito
Quando aumentano le vendite a credito, aumenta anche l’esposizione verso i clienti.
L’impresa può trovarsi con una quota crescente del proprio patrimonio concentrata in crediti commerciali.
Questo genera diversi rischi:
- ritardi negli incassi;
- insolvenze;
- contestazioni;
- richieste di dilazione;
- procedure concorsuali;
- concentrazione su pochi clienti;
- necessità di ricorrere all’anticipo fatture.
Crescita e concentrazione commerciale
La crescita può essere particolarmente rischiosa quando dipende da uno o pochi grandi clienti.
Un cliente importante può generare molto fatturato, ma anche:
- elevata esposizione finanziaria;
- forte potere contrattuale;
- margini ridotti;
- tempi di pagamento lunghi;
- dipendenza commerciale;
- difficoltà operative in caso di perdita del rapporto.
Un fatturato concentrato non è necessariamente un fatturato sicuro.
L’aumento del debito può mascherare i problemi
Per finanziare la crescita, l’impresa ricorre spesso al sistema bancario.
Può utilizzare:
- affidamenti di conto corrente;
- anticipi fatture;
- smobilizzo crediti;
- finanziamenti chirografari;
- leasing;
- mutui;
- factoring;
- prestiti soci.
Il debito può essere uno strumento corretto e necessario.
Il problema nasce quando viene utilizzato senza distinguere la natura del fabbisogno.
Fabbisogno temporaneo e fabbisogno strutturale
Un aumento temporaneo del capitale circolante può essere finanziato con strumenti a breve termine.
Un investimento pluriennale, invece, dovrebbe essere finanziato con fonti coerenti per durata.
Se un macchinario viene finanziato utilizzando lo scoperto di conto corrente, l’impresa crea uno squilibrio. Idem se venisse finanziato con un debito a breve termine.
Lo scoperto è revocabile e ha una durata breve.
Il macchinario genererà ritorni economici nel corso di diversi anni.
La struttura finanziaria deve quindi rispettare un principio fondamentale:
Gli impieghi a medio-lungo termine devono essere finanziati con fonti a medio-lungo termine.
Quando il debito sostiene soltanto l’assorbimento di cassa
Un ulteriore segnale di pericolo si manifesta quando il debito bancario cresce insieme al fatturato, ma senza produrre un miglioramento della liquidità e della capacità di rimborso.
In questo caso il finanziamento non sta necessariamente sostenendo una crescita equilibrata.
Potrebbe semplicemente coprire:
- crediti non incassati;
- magazzino eccessivo;
- perdite operative;
- investimenti non produttivi;
- inefficienze;
- prelievi o distribuzioni non sostenibili;
- imposte non accantonate.
Il debito non elimina il problema finanziario.
Lo rinvia e, nel frattempo, genera interessi e obblighi di rimborso.
Le imposte arrivano quando la liquidità è già stata utilizzata
Un’impresa in crescita può generare utili contabili significativi.
Questi utili producono imposte.
Tuttavia, la liquidità derivante dall’attività può essere stata assorbita da:
- crediti verso clienti;
- magazzino;
- investimenti;
- rimborsi di finanziamenti;
- crescita del personale;
- anticipi ai fornitori.
Quando arrivano le scadenze fiscali, l’impresa può trovarsi a dover pagare imposte su utili che non si sono ancora trasformati in liquidità disponibile.
A questo si aggiunge il meccanismo degli acconti fiscali, che può amplificare il fabbisogno.
I litigi e le incomprensioni fra imprenditori e commercialisti nascono spesso in questo contesto, e talvolta sono irripetibili.
La crescita dell’utile comporta infatti:
- saldo delle imposte dell’esercizio precedente;
- primo acconto dell’esercizio in corso;
- secondo acconto;
- eventuali contributi;
- versamenti IVA;
- ritenute;
- altri tributi.
Senza un’adeguata pianificazione, il carico fiscale può generare una tensione improvvisa.
La crescita rende l’organizzazione più complessa
La fase di crescita non presenta soltanto rischi finanziari.
Aumentano anche i rischi organizzativi.
Un’impresa più grande richiede:
- deleghe;
- responsabilità definite;
- procedure;
- sistemi informativi;
- controllo dei dati;
- budgeting;
- monitoraggio delle performance;
- gestione delle risorse umane;
- controllo della qualità;
- pianificazione finanziaria.
Un modello organizzativo adatto a un’impresa da un milione di euro di fatturato può non essere adeguato per una struttura da tre o cinque milioni.
L’imprenditore non può controllare tutto direttamente
Nelle piccole imprese, l’imprenditore tende a conoscere personalmente:
- clienti;
- fornitori;
- dipendenti;
- commesse;
- pagamenti;
- criticità.
Con la crescita, questo controllo diretto diventa impossibile.
Se non vengono introdotti adeguati sistemi di gestione, l’impresa rischia di perdere visibilità su:
- marginalità per cliente;
- redditività delle commesse;
- tempi di incasso;
- rotazione del magazzino;
- esposizione bancaria;
- scadenze fiscali;
- fabbisogno finanziario futuro.
La crescita aumenta il volume delle operazioni, ma può ridurre la qualità delle informazioni disponibili.
Perché le aziende possono entrare in crisi proprio mentre crescono
La crisi da crescita si verifica quando l’aumento dell’attività assorbe risorse finanziarie più rapidamente di quanto l’impresa riesca a generarle o reperirle.
Il processo può essere graduale:
- il fatturato cresce;
- aumentano gli acquisti;
- cresce il magazzino;
- aumentano i crediti verso clienti;
- vengono assunte nuove persone;
- vengono realizzati investimenti;
- cresce il credito IVA;
- aumentano gli utilizzi bancari;
- salgono gli oneri finanziari;
- la liquidità disponibile diminuisce.
In apparenza, l’azienda sta crescendo.
Nella sostanza, sta accumulando un fabbisogno finanziario sempre più elevato.
Quando le banche non aumentano ulteriormente gli affidamenti, i clienti ritardano i pagamenti o i fornitori riducono le dilazioni, la tensione può trasformarsi rapidamente in crisi.
Il paradosso della crescita aziendale
Il paradosso può essere sintetizzato così:
Più l’impresa vende, più può avere bisogno di denaro.
Questo accade soprattutto quando:
- i margini sono contenuti;
- gli incassi sono lenti;
- le scorte sono elevate;
- gli investimenti sono consistenti;
- il credito IVA aumenta;
- i fornitori richiedono pagamenti rapidi;
- la crescita è molto veloce;
- il capitale proprio è limitato.
La crescita è quindi positiva soltanto quando l’impresa dispone di risorse finanziarie coerenti con il proprio sviluppo.
Redditività e liquidità devono essere analizzate separatamente
Per comprendere i rischi della crescita aziendale è necessario distinguere due dimensioni.
La dimensione economica
La dimensione economica misura la capacità dell’impresa di produrre reddito.
Gli indicatori principali riguardano:
- fatturato;
- margine di contribuzione;
- valore aggiunto;
- EBITDA;
- EBIT;
- utile netto;
- redditività per cliente;
- redditività per prodotto;
- redditività per commessa.
La dimensione finanziaria
La dimensione finanziaria misura la capacità dell’impresa di generare e mantenere liquidità.
Gli elementi principali riguardano:
- flusso di cassa operativo;
- capitale circolante netto;
- posizione finanziaria netta;
- disponibilità liquide;
- affidamenti bancari;
- scadenze finanziarie;
- rimborso dei debiti;
- investimenti;
- imposte;
- DSCR.
Un’impresa può essere economicamente redditizia e finanziariamente fragile.
È uno dei fenomeni più frequenti nelle aziende in rapida crescita.
L’EBITDA non coincide con la cassa
L’EBITDA è un indicatore importante della performance operativa, ma non rappresenta la liquidità prodotta dall’impresa.
Per passare dall’EBITDA al flusso di cassa operativo occorre considerare almeno:
- variazione dei crediti verso clienti;
- variazione delle rimanenze;
- variazione dei debiti verso fornitori;
- imposte pagate;
- altri crediti e debiti operativi.
Un’impresa può avere un EBITDA positivo di 400.000 euro e assorbire 500.000 euro di capitale circolante.
In questo caso, nonostante la buona marginalità operativa, il flusso finanziario può essere negativo.
Esempio semplificato
Supponiamo che l’impresa presenti:
- EBITDA: 400.000 euro;
- incremento crediti clienti: 250.000 euro;
- incremento magazzino: 180.000 euro;
- incremento debiti fornitori: 80.000 euro;
- imposte pagate: 60.000 euro.
Il flusso operativo semplificato sarà:
400.000 – 250.000 – 180.000 + 80.000 – 60.000 = -10.000 euro
L’impresa ha prodotto un buon EBITDA, ma non ha generato liquidità operativa.
Se nello stesso periodo realizza investimenti per 250.000 euro, il fabbisogno complessivo aumenta ulteriormente.
Gli indicatori da monitorare durante la crescita
Per governare la crescita non basta osservare il fatturato.
Occorre predisporre un sistema di indicatori economici, patrimoniali e finanziari.
Margine di contribuzione
Il margine di contribuzione misura quanto rimane dei ricavi dopo aver coperto i costi variabili.
È essenziale per comprendere se la crescita delle vendite contribuisce realmente alla copertura dei costi fissi e alla formazione dell’utile.
EBITDA
L’EBITDA misura il risultato della gestione operativa prima di ammortamenti, interessi e imposte.
Deve essere analizzato insieme al flusso di cassa operativo.
Posizione finanziaria netta
La posizione finanziaria netta permette di valutare il livello di indebitamento finanziario effettivo, considerando debiti finanziari e disponibilità liquide.
PFN/EBITDA
Il rapporto tra posizione finanziaria netta ed EBITDA misura, in termini indicativi, la sostenibilità dell’indebitamento rispetto alla capacità operativa dell’impresa.
DSCR
Il Debt Service Coverage Ratio verifica se i flussi prospettici sono sufficienti a coprire il servizio del debito, cioè:
- quota capitale;
- interessi;
- altri impegni finanziari.
Durante una fase di crescita, il DSCR dovrebbe essere calcolato in modo prospettico, tenendo conto anche del fabbisogno derivante dal capitale circolante e dagli investimenti.
Il budget di tesoreria è indispensabile
La crescita deve essere accompagnata da un budget di tesoreria.
Il budget di tesoreria permette di stimare, mese per mese:
- incassi;
- pagamenti ai fornitori;
- costo del personale;
- imposte;
- contributi;
- rate di finanziamento;
- investimenti;
- IVA;
- altre entrate e uscite.
L’obiettivo non è soltanto prevedere il saldo finale di banca.
Serve soprattutto a individuare in anticipo:
- i mesi di maggiore tensione;
- il fabbisogno finanziario massimo;
- la durata del fabbisogno;
- le fonti di copertura necessarie;
- gli effetti di eventuali ritardi negli incassi;
- gli effetti degli investimenti;
- la sostenibilità della crescita.
impresa riesce a superare anche condizioni meno favorevoli rispetto alle previsioni iniziali.
Come finanziare correttamente la crescita
La crescita può essere finanziata attraverso diverse fonti.
Capitale proprio
L’apporto dei soci rappresenta la fonte più stabile.
Può avvenire mediante:
- aumento di capitale;
- versamenti in conto capitale;
- finanziamenti soci;
- reinvestimento degli utili;
- rinuncia temporanea alla distribuzione dei dividendi.
Il capitale proprio assorbe il rischio imprenditoriale e rafforza la struttura patrimoniale.
Finanziamenti a medio-lungo termine
Sono adatti per sostenere investimenti con ritorno pluriennale.
La durata del finanziamento dovrebbe essere coerente con la vita utile dell’investimento.
Linee a breve termine
Possono essere utilizzate per esigenze temporanee di capitale circolante.
Devono essere monitorate con attenzione per evitare che un fabbisogno strutturale venga finanziato attraverso strumenti revocabili.
Factoring e gestione dei crediti
Il factoring può accelerare la trasformazione dei crediti in liquidità e trasferire, in alcuni casi, parte del rischio di insolvenza.
Deve essere valutato considerando:
- costi;
- condizioni;
- presenza o meno della garanzia del credito;
- impatto sui rapporti con i clienti;
- effettivo beneficio finanziario.
Leasing
Il leasing consente di distribuire nel tempo il pagamento di beni strumentali.
Anche in questo caso è necessario verificare la sostenibilità dei canoni rispetto ai flussi finanziari prospettici.
Come rendere sostenibile la crescita
La crescita non deve essere evitata.
Deve essere pianificata e controllata.
Crescere in base alla capacità finanziaria
Prima di accettare nuovi ordini o avviare nuovi investimenti, l’impresa dovrebbe stimare:
- quanto capitale circolante aggiuntivo sarà necessario;
- quanto credito IVA si formerà;
- quando arriveranno gli incassi;
- quando dovranno essere pagati i fornitori;
- quante risorse saranno assorbite dal personale;
- quali rate dovranno essere sostenute;
- quale sarà il fabbisogno massimo di cassa.
Negoziare acconti con i clienti
Gli acconti riducono il fabbisogno finanziario e trasferiscono una parte dell’anticipazione economica sul cliente.
Sono particolarmente importanti nelle attività:
- su commessa;
- con elevata personalizzazione;
- con lunghi tempi di produzione;
- con acquisti specifici;
- con investimenti iniziali rilevanti.
Ridurre i tempi di incasso
L’impresa può intervenire attraverso:
- condizioni contrattuali più chiare;
- fatturazione tempestiva;
- controllo delle scadenze;
- solleciti sistematici;
- valutazione preventiva dell’affidabilità;
- strumenti elettronici di pagamento;
- sconti finanziari selettivi;
- assicurazione crediti;
- factoring.
Ottimizzare il magazzino
Il magazzino deve essere sufficiente a sostenere l’attività, ma non eccessivo.
Occorre analizzare:
- scorte minime;
- scorte obsolete;
- rotazione per categoria;
- articoli a bassa movimentazione;
- tempi di approvvigionamento;
- previsioni di vendita;
- acquisti non coerenti con la domanda.
Collegare gli investimenti ai flussi attesi
Ogni investimento dovrebbe essere accompagnato da un piano che indichi:
- costo complessivo;
- IVA;
- modalità di pagamento;
- costi accessori;
- tempi di entrata in funzione;
- ricavi aggiuntivi attesi;
- risparmi di costo;
- tempi di ritorno;
- impatto sulla liquidità;
- fonte di finanziamento.
Trattenere parte degli utili
Durante le fasi di crescita, la distribuzione degli utili deve essere valutata con prudenza.
Un utile contabile non implica necessariamente la presenza di liquidità distribuibile.
La società può aver bisogno di trattenere risorse per:
- finanziare il circolante;
- sostenere gli investimenti;
- ridurre il debito;
- rafforzare il patrimonio;
- assorbire eventuali ritardi.
I segnali di una crescita non equilibrata
Esistono alcuni indicatori che dovrebbero mettere in allarme l’imprenditore.
Tra i principali:
- fatturato in aumento e liquidità in diminuzione;
- utilizzo crescente degli affidamenti;
- crediti clienti che crescono più dei ricavi;
- magazzino che cresce più del fatturato;
- fornitori pagati sempre più tardi;
- aumento degli insoluti;
- debiti fiscali o contributivi;
- ricorso frequente a finanziamenti di emergenza;
- riduzione dei margini;
- aumento degli oneri finanziari;
- difficoltà nel pagare stipendi e imposte;
- scostamenti continui rispetto al budget;
- investimenti finanziati con scoperto di conto;
- utile positivo ma flusso di cassa negativo.
Questi segnali non significano necessariamente che l’azienda sia già in crisi.
Indicano, però, che la crescita sta generando un fabbisogno finanziario che deve essere compreso e governato.
Adeguati assetti e controllo della crescita
La gestione della crescita rientra pienamente nel tema degli adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili.
Un’impresa deve essere in grado di rilevare tempestivamente:
- squilibri economici;
- squilibri patrimoniali;
- tensioni finanziarie;
- perdita di marginalità;
- difficoltà nella continuità aziendale;
- insufficienza dei flussi prospettici.
Un sistema di controllo adeguato dovrebbe comprendere almeno:
- situazione contabile aggiornata;
- conto economico riclassificato;
- stato patrimoniale riclassificato;
- rendiconto finanziario;
- budget economico;
- budget di tesoreria;
- analisi del capitale circolante;
- scadenziario clienti e fornitori;
- monitoraggio bancario;
- calcolo prospettico del DSCR;
- analisi degli scostamenti.
La crescita non può essere gestita soltanto guardando i dati storici.
È necessario sviluppare una visione prospettica.
Quindi la SINTESI estrema è che quando si cresce dobbiamo marginare molto e bene. Ci possono essere periodi negativi ma devono essere brevi e non frequenti. Una azienda che cresce regolarmente deve margine molto, e deve trasformare quei margini in cassa altrettanto velocemente. Diversamente la crescita si intoppa e se l’imprenditore non l’arresta, possono crearsi i pericoli maggiori per l’azienda. Le classiche crisi aziendali dove l’azienda è piena di commesse da produrre e vendere.